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La Scrofa Semilanuta dal Palazzo della Ragione
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La Scrofa Semilanuta
Milano (MI)
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Nel VI secolo avanti Cristo i Galli giungono nella pianura padana e guidati dal loro capo Belloveso sconfiggono gli Etruschi e si stanziano nella zona. Belloveso decide di fondare una città e consulta gli oracoli per conoscere il volere degli dei. Gli oracoli rispondono che la città avrebbe potuto sorgere nel luogo in cui fosse trovata una scrofa con il dorso per metà coperto di lana. La città avrebbe poi dovuto prendere il nome da quell’animale.
Partiti alla ricerca della scrofa, i Galli la trovarono in una radura circondata da un fitto bosco. Lì Belloveso tracciò il perimetro della città e le diede un nome celtico, che latinizzato dai Romani conquistatori, divenne Mediolanum (da medio-lanata) La scrofa semilanuta fu per lungo tempo il simbolo della città. In via Mercanti, è ancora visibile un antico bassorilievo con l'immagine della suddetta scrofa, collocato sul secondo arco del Palazzo della Ragione; fu ritrovato nel 1233, durante gli scavi per la costruzione del Palazzo.
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Il complesso di San Pietro a Monte
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Il cinghiale di Civate
Civate (LC)
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Re Desiderio giunse in una località chiamata Civate, luogo molto grazioso, straordinariamente ameno e dal clima molto salubre, ricchissimo di vigneti ed adorno di boschi, bagnato da abbondanti acque che offrono a tutti una gran varietà di pesci. Questo borgo è anche posto tra due catene di alture di cui una ad oriente comprende il monte Pedale, l’altra ad occidente il monte Barone; a mezzogiorno ed aquilone lo accarezza un lago che sfocia nel fiume Adda; da settentrione la Valle Mater Agraria…
Mentre (Desiderio re dei Longobardi) ritrovava in tanta serenità la pace dello spirito, un giorno il figlio Adalgiso, un bel ragazzo prestante, uscì con i compagni per cacciare, caso mai si imbattesse in un cervo, un orso o un cinghiale o qualsiasi altro animale della foresta, e giunse con molto sforzo, attraverso la boscaglia intricata, sul monte Pedale. Parecchio affaticato per il difficile cammino, si asciugava il sudore abbondante nella frescura, sotto l’intreccio folto delle fronde, nell’ombra silvestre e, per refrigerarsi, si ristorava alla brezza.
Alzato lo sguardo, poco lontano vide un enorme cinghiale che grugniva divorando castagne e ghiande selvatiche. Lo inseguì coi cani. Il cinghiale, veramente stupefacente per mole, forza e zanne acuminate, uscì con violenza allo scoperto in modo tale da essere assalito dai cani dai denti possenti. Infine, stremato dall’immane lotta, si diede alla ricerca di un rifugio solitario e nascosto.
Dopo aver scorazzato vagabondando con tremenda ferocia qua e là, giunse su un poggio del monte posto sotto le cime più alte, dove lo accolse una gradevole radura. In quel tempo, infatti, vi viveva un servo di Dio, di nome Duro, che scegliendo una dimora solitaria, lì esercitava il suo ufficio sacerdotale e vi conduceva una esistenza semplicissima, costruendo un piccolissimo oratorio in onore del beato Pietro. Il cinghiale dunque, cercando la salvezza nella fuga, trovò l’ingresso della chiesa spalancato. Deposta senza indugio la sua ferocia, si acquattò presso l’altare, quasi consegnandosi alla protezione dell’apostolo, chiedendo da lui un aiuto.
Adalgiso, allorché lo scoperse, irruppe nella chiesa desiderando ardentemente uccidere il cinghiale e, prima ancora di scagliarsi sull’animale, improvvisamente sperimentò un fatto meraviglioso, un’opera stupefacente mai più vista, dal momento che fu privato della vista e della luce! Adalgiso sprofondò nelle tenebre; da lui era fuggita la luce del giorno!
Quel venerando padre allora, Duro, testimone di un così grande prodigio con altri che erano sopraggiunti, per la cecità… innalzò in quel medesimo luogo sacro una preghiera al Signore. Pure lo stesso ragazzo, vedendosi privato della luce, cominciò a promettere copiosi doni e ad elevare grandi voti: se il Signore gli avesse ridonata la vista, avrebbe innalzato una chiesa, naturalmente dedicata a San Pietro, più ampia di quella precedente e l’avrebbe arricchita con molte decorazioni e, riportatevi le reliquie del beato, promise di conservarle lì con grande venerazione.
Dopo aver pronunciate così tali promesse, per intervento della misericordia divina riacquistò la luce degli occhi! Dunque, tutti coloro che erano presenti rendevano grazie a Dio, che così meravigliosamente tutto dispone…
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Le reliquie dei Re Magi
Milano (MI)
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I milanesi per secoli chiamarono i tre Re Magi Eleuterio, Rustico e Dionigio. La loro storia è avvolta nel mistero: si dice che probabilmente non fossero nemmeno re, ma solo degli uomini molto ricchi. Neppure si conosce da quale paese d’Oriente venissero esattamente; di sicuro morirono in Persia, martiri della fede e i loro corpi furono sepolti in un’unica tomba, all’inizio del IV secolo, a Costantinopoli. "Una leggenda racconta che le loro reliquie furono custodite nella basilica di Sant’Eustorgio dal IV al XII secolo.
Fu Eustorgio a riceverle in dono dall’imperatore Costantino nel 325, quando si recò nella capitale dell’impero d’Oriente per ricevere la consacrazione a Vescovo di Milano. Le spoglie furono trasportate fino a Milano in un sarcofago molto pesante, lo stesso che ancora oggi vediamo nella basilica di S. Eustorgio con la scritta "Sepulchrum Trium Magorum" . Quando i viandanti arrivarono in città, la fatica rese impossibile trasportare oltre Porta Ticinese il ponderoso sarcofago; allora Eustorgio, saggiamente, ordinò che in quel luogo venisse costruita la basilica dei Re Magi, dove vennero deposte le sacre reliquie. "Lì rimasero fino al XII secolo, finché non furono rubate. Era il giorno il 10 giugno 1164, dopo la famigerata distruzione della città ordinata da Federico Barbarossa. Le spoglie trafugate furono portate a Colonia e deposte con grande solennità in un’urna d’argento intarsiata, nella chiesa di San Pietro. Ma i Milanesi non si rassegnarono mai alla perdita del sacro tesoro, tanto più che consideravano le ossa dei Magi miracolose contro i mali e i sortilegi. Fu Ludovico il Moro a chiederne per primo la restituzione nel 1494, e coinvolse nell’impresa anche Papa Alessandro VI, senza però ottenere nulla; neppure re Filippo di Spagna, Pio IV, Gregorio XIII e Federico Borromeo riuscirono ad avere soddisfazione. "Solo il Cardinal Ferrari, nel 1903, riuscì ad ottenere in restituzione qualche ossicino, che tuttora è custodito dentro un piccolo scrigno, posto in una cavità della parete, sopra l’altare dei Magi nella basilica di S. Eustorgio.
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La Leggenda del Panettone
Milano (MI)
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Si narra che alla vigilia di Natale, nella corte del Duca Ludovico il Moro, Signore di Milano, si tenne un gran pranzo. Per quell’occasione il capo della cucina aveva predisposto un dolce particolare, degno di chiudere con successo il fastoso banchetto. Accortosi che il dolce era bruciato durante la cottura, il panico colse l'intera cucina. Per rimediare alla mancanza, uno sguattero della cucina, detto Toni, propose un dolce che aveva preparato per sé, usando degli ingredienti che aveva trovato a disposizione tra gli avanzi della precedente preparazione. Il capo cuoco, non avendo altro da scegliere, decise di rischiare il tutto per tutto, servendo l'unico dolce che aveva a disposizione. Un "pane dolce" inconsueto fu presentato agli invitati del Duca, profumato di frutta candita e burro, con una cupola ben brunita, fu accolto da fragorosi applausi e, in un istante, andò a ruba. Un coro di lodi si levò unanime e gli ospiti chiesero al padrone di conoscere il nome e l’autore di questo straordinario pane dolce. Toni si fece avanti dicendo di non avergli ancora dato nessun nome. Il Duca allora lo battezzò con il nome del suo creatore e da quel momento tutti mangiano e festeggiano con il "pan del Toni", ossia il panettone, famoso ormai in tutto il mondo.
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Casa d'Arlecchino
San Giovanni Bianco (BG)
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Nel borgo medievale di Oneta, in una casa di solida pietra vi era un'affresco (attualmente sostituito da una copia) che raffigurava un uomo irsuto e vestito di pelli che, brandendo un randello nodoso, faceva buona guardia dell'abitazione, come si deduce dalla scritta posta sul cartiglio: Chi non è de chortesia, non intragi in chasa mia, se ge venes un poltron, ce darò col mio baston. L'homo selvadego, tipico delle antiche comunità retico-alpine, è stato preso come matrice dell'originale maschera di Arlecchino: nell'immaginario popolare l'uomo selvatico è infatti brutale, ma insuperabile espressione di vitalità, indice estremo di quanto può sopportare ed escogitare contro i rigori della fame, del freddo e della miseria. La primitiva gestualità di Arlecchino, rivelatasi solo nella rozza tipologia dello Zanni e raffinitasi solo nelle più tarde esperienze teatrali, fu in origine grottescamente desunta da una goffa e istintiva animalità che poco si discosta dalle fattezze rustiche e villane dell'homo selvaticus.
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